Slow Writing: il potere lento della scrittura

Francesco Izzo — Il Mestiere di Scrivere

Da dove nasce questa riflessione

Da sedici anni accompagno persone che scrivono di sé: racconti, romanzi, memoir, diari, pagine nate per elaborare un lutto o per dare finalmente forma a una storia che da anni chiedeva di essere raccontata. In questi anni ho costruito il mio metodo attingendo alla teoria letteraria, alla fenomenologia, alla psicologia junghiana, alla medicina narrativa — discipline diverse che, messe a confronto, mi hanno insegnato la stessa cosa: la scrittura che cura, che trasforma, che resta, non nasce mai dalla fretta.

È da questa osservazione ripetuta, verificata pagina dopo pagina con centinaia di persone, che è nato ciò che ho chiamato Slow Writing: non un’etichetta di marketing, ma la messa a sistema di una convinzione maturata sul campo, che oggi trova conferma tanto nella storia della letteratura quanto, sorprendentemente, in alcuni filoni della ricerca scientifica contemporanea. Vale la pena ripercorrerne le fonti, a partire dalla più antica e, per me, la più importante: un poeta che della lentezza ha fatto un’intera etica dello scrivere.

Rilke, il precursore involontario

Tra il 1903 e il 1908 Rainer Maria Rilke scrive dieci lettere a un giovane cadetto, Franz Xaver Kappus, che gli aveva chiesto un giudizio sui propri versi. Quelle lettere, raccolte postume nelle Lettere a un giovane poeta, non contengono quasi nessun consiglio tecnico. Contengono, invece, un’unica istruzione ripetuta sotto forme diverse: avere pazienza.

Rilke chiede al giovane poeta di non contare e calcolare, ma di maturare come l’albero che non forza la propria linfa e resta fermo, fiducioso, nelle tempeste di primavera, senza temere che dopo di esse non venga più l’estate: l’estate viene, scrive Rilke, ma viene soltanto a chi ha pazienza, a chi sa restare come se l’eternità gli stesse davanti. È forse la prima, e più bella, definizione di ciò che oggi chiameremmo Slow Writing: non una tecnica per scrivere più lentamente, ma una disposizione interiore che permette al testo di maturare nei propri tempi, invece che in quelli imposti da chi scrive.

Rilke non teorizzava soltanto: viveva quella pazienza. Le sue Elegie duinesi nascono nel 1912, nel castello di Duino, con i primi componimenti scritti quasi di getto; poi il silenzio. Dieci anni di interruzione, attraversati dalla guerra, dal dubbio, da una crisi creativa che Rilke non ha mai cercato di forzare. Solo nel 1922, nel castello di Muzot, in pochi giorni di scrittura febbrile, il ciclo si completa. Tra il primo verso e l’ultimo, un decennio di attesa che nessun editore, oggi, tollererebbe — e che è probabilmente la ragione per cui quei versi restano, più di un secolo dopo, tra i più alti della poesia europea.

Non sto suggerendo che ogni testo debba attendere dieci anni per essere scritto. Sto suggerendo che Rilke ci ha lasciato, con la sua vita prima ancora che con la sua opera, la prova che il tempo non è un nemico della scrittura, ma la sua condizione di possibilità.

Cosa dice la scienza

Per quanto Rilke resti la fonte più alta a cui attingo, Slow Writing non si regge solo sull’autorità della letteratura. Negli ultimi decenni, filoni diversi della ricerca scientifica hanno indagato, da prospettive distinte, perché rallentare la scrittura — o rallentare attraverso la scrittura — produca effetti misurabili sul benessere psicofisico.

Scrivere per stare meglio: la scrittura espressiva

A partire dalla metà degli anni Ottanta lo psicologo James Pennebaker, dell’Università del Texas ad Austin, ha condotto una serie di studi ormai classici sulla cosiddetta scrittura espressiva: scrivere per quindici-venti minuti al giorno, per pochi giorni consecutivi, sui propri vissuti emotivi più difficili. I risultati, replicati in decine di studi successivi su popolazioni diverse — reduci di guerra, pazienti oncologici, caregiver, persone in lutto — mostrano miglioramenti misurabili: meno visite mediche, una funzione immunitaria più efficiente, una riduzione dei sintomi ansiosi e depressivi. Il meccanismo proposto da Pennebaker è vicino a ciò che nella mia pratica chiamo maturazione del testo: mettere in parole un’esperienza caotica costringe a organizzarla, a darle una struttura narrativa, ed è questa organizzazione — non il semplice sfogo emotivo — a sembrare il vero fattore di cura.

La mano, la mente, la lentezza

Un filone diverso di ricerca ha indagato il rapporto tra il gesto fisico della scrittura e la qualità del pensiero che ne deriva. Nel 2014 Pam Mueller e Daniel Oppenheimer hanno pubblicato uno studio, divenuto molto citato, secondo cui chi prende appunti a mano elabora concettualmente i contenuti meglio di chi digita al computer, perché la lentezza della scrittura manuale costringe a selezionare e riformulare invece che trascrivere parola per parola. È corretto segnalare, con lo stesso rigore con cui vado cercando conferme, che repliche successive dello studio hanno restituito risultati più incerti: il vantaggio della scrittura a mano esiste, ma è più piccolo e meno costante di quanto il primo studio suggerisse. Resta, comunque, un dato interessante: nessuna replica ha mai trovato un vantaggio della scrittura veloce su quella lenta. Nella peggiore delle ipotesi, rallentare non nuoce. Nella migliore, aiuta a pensare meglio ciò che si scrive.

L’attenzione che rallenta il tempo: il flow

Lo psicologo Mihaly Csikszentmihalyi ha dedicato gran parte della sua carriera allo studio di ciò che ha chiamato flow: lo stato di assorbimento totale in un’attività che si padroneggia e che, al tempo stesso, sfida appena oltre le proprie competenze. Uno degli effetti più costanti del flow, riportato da chi lo sperimenta, è un’alterazione della percezione del tempo: le ore passano senza che se ne avverta il peso. È un’esperienza che riconosco spesso nelle testimonianze di chi frequenta i miei corsi, ed è, credo, l’esatto opposto della scrittura ansiosa e frammentata prodotta sotto la pressione di una scadenza. Non si entra in flow scrivendo in fretta per rispettare un termine; ci si entra quando ci si concede il tempo necessario perché l’attenzione si stabilizzi.

 Consapevolezza e regolazione: mindfulness e benessere

Un ultimo filone, più vicino alla cultura del benessere contemporanea, riguarda la ricerca sulla mindfulness. A partire dal lavoro pionieristico di Jon Kabat-Zinn, che negli anni Settanta ha sviluppato all’Università del Massachusetts il protocollo di riduzione dello stress basato sulla consapevolezza, decine di studi hanno documentato gli effetti della pratica meditativa sulla regolazione emotiva e sulla riduzione dello stress percepito. Slow Writing non è una pratica meditativa in senso stretto, ma condivide con la mindfulness il medesimo meccanismo di fondo: portare un’attenzione non giudicante, sostenuta nel tempo, a un’esperienza — che sia il respiro o la frase che si sta scrivendo.

Slow Writing e la cultura del benessere

Viviamo dentro una cultura del benessere che rischia, paradossalmente, di produrre la stessa fretta che dice di voler curare: app di meditazione da consumare in pillole di cinque minuti tra una riunione e l’altra, challenge di gratitudine giornaliera da spuntare come una lista di cose da fare, contenuti sul benessere prodotti e consumati alla stessa velocità di tutto il resto. Slow Writing nasce anche come reazione a questo paradosso: non un altro prodotto della cultura del benessere da consumare rapidamente, ma un tentativo di applicare alla scrittura la stessa serietà con cui Rilke chiedeva pazienza al suo giovane corrispondente, sostenuta oggi da evidenze che quella pazienza, lungi dall’essere un lusso romantico, ha effetti misurabili sulla salute psicologica e persino fisica di chi scrive.

Una pratica, non solo un’idea

Tutto questo — Rilke, Pennebaker, Csikszentmihalyi, Mueller e Oppenheimer, Kabat-Zinn — non è, per me, un apparato di citazioni a sostegno di un’intuizione. È il modo in cui provo a verificare, con gli strumenti della ricerca oltre che con l’esperienza diretta di sedici anni di aula, ciò che la letteratura sapeva già da un secolo: che scrivere bene richiede tempo, e che concedere quel tempo alla scrittura è già, di per sé, un atto di cura verso se stessi. È la stessa convinzione che porto nei corsi e nei Ritiri Slow Writing: non un metodo per scrivere di più, ma un invito a scrivere come si matura un frutto — senza fretta, e con la fiducia che l’estate arriverà.

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