Tutti abbiamo qualcosa che non abbiamo mai raccontato. Un episodio, una perdita, una vergogna, una frase detta o non detta. Non ne parliamo perché non sapremmo da dove cominciare, o perché temiamo la reazione di chi ascolta. Così la cosa resta dov’è, e noi continuiamo a girarle intorno.
Che scrivere aiuti, in questi casi, lo hanno sempre saputo i diaristi, i poeti e chiunque abbia tenuto un quaderno nel cassetto. Ma un conto è saperlo per esperienza, un altro è dimostrarlo. James W. Pennebaker, psicologo sociale dell’Università del Texas ad Austin, è lo studioso che ha preso quell’intuizione antica e l’ha portata in laboratorio. Scrivi cosa ti dice il cuore, pubblicato in Italia da Erickson, è il libro in cui consegna ai lettori ciò che ha imparato in decenni di ricerche.
L’esperimento da cui è cominciato tutto
A metà degli anni Ottanta Pennebaker divide un gruppo di studenti universitari in due. Ai primi chiede di scrivere, per quindici minuti al giorno e per quattro giorni consecutivi, dell’esperienza più dolorosa della loro vita, mettendo sulla pagina i pensieri e le emozioni più profondi. Agli altri assegna argomenti neutri: la propria stanza, il programma della giornata.
Poi aspetta, e conta. Nei mesi successivi gli studenti del primo gruppo si rivolgono al servizio medico dell’università meno spesso degli altri. Un’ora di scrittura in tutto, distribuita in quattro giorni, ha lasciato una traccia misurabile sulla salute.
Il risultato, pubblicato nel 1986, era abbastanza sorprendente da meritare di essere messo alla prova. Da allora l’esperimento è stato ripetuto centinaia di volte, da gruppi di ricerca diversi e con persone molto diverse: malati cronici, persone che avevano perso il lavoro, detenuti, studenti al primo anno lontani da casa. Gli effetti non sono miracolosi e non compaiono sempre, ma nel complesso la direzione è rimasta quella. Questa pratica ha oggi un nome: scrittura espressiva.
Il libro in tre idee
Tacere costa fatica. Il punto di partenza di Pennebaker riguarda il silenzio prima ancora che la scrittura. Tenere per sé un’esperienza difficile non è uno stato di riposo: è un lavoro continuo di sorveglianza, che impegna la mente e che il corpo, alla lunga, paga. Chi ha subito un trauma e non ne ha mai parlato tende a stare peggio di chi ha vissuto la stessa cosa e ha potuto raccontarla.
Scrivere dà una forma. Finché resta dentro, un’esperienza dolorosa è fatta di immagini, sensazioni, pensieri che tornano in disordine. Scriverla costringe a metterla in fila: un prima e un dopo, un soggetto e un verbo. Ciò che era un groviglio diventa un oggetto che si può guardare da fuori, rileggere, perfino chiudere in un cassetto.
Sfogarsi non basta. È forse l’idea più preziosa per chi si occupa di scrittura. Analizzando migliaia di testi, Pennebaker ha osservato che non sta meglio chi si limita a riversare emozioni sulla pagina, e nemmeno chi ripete ogni giorno lo stesso identico resoconto. Sta meglio chi, da un giorno all’altro, cambia qualcosa: comincia a cercare cause, a collegare i fatti, a guardare la scena anche con gli occhi degli altri. In altre parole, chi passa dallo sfogo al racconto.
È ciò che in questo blog chiamiamo scrittura riparativa: la ferita non si cura nominandola, ma dandole una forma narrativa. Trovarlo confermato dai dati di uno psicologo sperimentale, e non soltanto dall’esperienza dei laboratori, è uno dei motivi per cui questo libro merita un posto sullo scaffale di chi scrive di sé.
Il metodo, in pratica
La forza della proposta di Pennebaker sta nella sua semplicità. Non servono talento, né esperienza, né strumenti particolari. Le indicazioni di base sono quattro:
Quattro giorni consecutivi, per circa venti minuti ogni volta.
Un’esperienza che pesa: i fatti, e soprattutto ciò che si è provato e si prova ancora.
Senza fermarsi: grammatica, ortografia e bella forma non contano. Se non si sa più che cosa dire, si ripete ciò che si è già scritto.
Solo per sé: nessuno leggerà. Alla fine il foglio si può conservare, oppure strappare.
Il libro accompagna il lettore lungo questo percorso e poi lo allarga, con una serie di esercizi che invitano a cambiare prospettiva, a sperimentare altre voci, a trasformare il resoconto in storia. Si legge con la penna in mano più che in poltrona.
Tre avvertenze
Pennebaker è uno scienziato, e una delle qualità del suo libro è che non promette più di quanto i dati consentano. Tre cautele tornano di continuo, e vale la pena riportarle.
La prima: subito dopo aver scritto è normale sentirsi tristi o svuotati, un po’ come dopo aver visto un film che ci ha toccati. Di solito passa nel giro di qualche ora; i benefici, quando arrivano, si vedono nelle settimane successive.
La seconda: se un argomento è troppo, ci si ferma. Se si sente che scriverne significa esserne travolti, si cambia argomento o si smette. Non c’è nessun merito nel forzarsi, e non tutto va affrontato adesso.
La terza: la scrittura espressiva non sostituisce una terapia. Accompagna, sostiene, a volte prepara il terreno. Quando il dolore è grande, serve qualcuno accanto.
Perché leggerlo oggi
Chi tiene un diario vi troverà la conferma che il suo gesto quotidiano ha un fondamento, e qualche buona ragione per farlo in modo più consapevole. Chi scrive di sé, un’autobiografia o un memoir, vi scoprirà che la distinzione fra sfogo e racconto non è soltanto una questione di stile. Chi lavora nella relazione di cura avrà fra le mani uno strumento semplice, studiato a lungo, da proporre con le dovute attenzioni.
E a chi non ha mai scritto una riga il libro dice una cosa incoraggiante: per cominciare bastano un foglio, venti minuti e la decisione di non mentire a sé stessi.
Prova tu: una traccia di scrittura Scegli qualcosa che ti torna in mente più spesso di quanto vorresti. Punta una sveglia a venti minuti e scrivi a mano, senza rileggere e senza correggere. Domani riprendi lo stesso episodio, ma raccontalo dal punto di vista di un’altra persona che era presente. Poi chiediti: che cosa è cambiato, da un giorno all’altro, nel modo in cui lo racconto?
Il libro James W. Pennebaker, Scrivi cosa ti dice il cuore. Autoriflessione e crescita personale attraverso la scrittura di sé, Erickson.
Se questi temi ti interessano e vuoi sperimentarli in un percorso guidato, nella sezione Corsi trovi i laboratori di scrittura terapeutica e riparativa de Il Mestiere di Scrivere.
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