Maestri di vocazione n.1: Rainer Maria Rilke

Rainer Maria Rilke

«Devo scrivere?» La domanda che fonda una vita di scrittura

di Francesco Izzo

MAESTRI DI VOCAZIONE Una rubrica dedicata agli scrittori e ai maestri spirituali che, oltre alle loro opere, ci hanno lasciato un insegnamento su che cosa significhi essere chiamati alla scrittura. Non manuali di tecnica, ma maestri di vocazione: figure che aiutano a riconoscere la propria necessità di scrivere, a custodirla e a farne una pratica. Ogni puntata presenta un maestro, la sua domanda, il suo insegnamento, un esercizio da portare sulla pagina.

La scena

Nell’autunno del 1902 un ragazzo di diciannove anni, allievo dell’accademia militare di Wiener Neustadt, legge le poesie di Rainer Maria Rilke e scopre che il poeta, anni prima, aveva frequentato una scuola militare come la sua. Si chiama Franz Xaver Kappus. Scrive versi di nascosto, non sa se continuare, non sa se la sua sia una strada o un’illusione. Prende coraggio e spedisce a Rilke alcune poesie, chiedendogli un giudizio.

La risposta arriva da Parigi, datata 17 febbraio 1903. È la prima di dieci lettere che Rilke scriverà a Kappus fino al 1908 e che il destinatario pubblicherà nel 1929, pochi anni dopo la morte del poeta, con il titolo che conosciamo: Lettere a un giovane poeta. Da allora non hanno mai smesso di essere lette da chiunque abbia sentito, almeno una volta, che scrivere non è un passatempo ma una questione di vita.

Rilke aveva allora ventisette anni. Non era ancora il poeta delle Elegie duinesi; viveva a Parigi in povertà, lavorando accanto a Rodin, cercando anche lui la propria strada. Forse per questo le sue lettere non hanno il tono di un maestro che parla dall’alto, ma quello di chi condivide una ricerca ancora aperta. È questa la prima lezione di un maestro di vocazione: non si insegna da un luogo di arrivo, si accompagna da dentro il cammino.

La domanda del maestro

Rilke non giudica le poesie di Kappus. Rifiuta con gentilezza di farlo, e spiega perché: il giovane sta cercando fuori di sé, nelle riviste, nei confronti con altri poeti, nell’approvazione di un nome famoso, una risposta che può trovare solo dentro di sé. Nessuno può consigliarlo né aiutarlo, scrive. C’è una sola via: entrare in se stesso.

E poi pone la domanda che è il cuore di tutto il libro. Nell’ora più silenziosa della notte, chiediti: devo scrivere? Scava in te per trovare una risposta profonda. E se la risposta sarà un sì, se potrai affrontare questa domanda seria con un semplice e forte «io devo», allora costruisci la tua vita secondo questa necessità.

Nell’ora più silenziosa della notte, chiediti: devo scrivere?

È una domanda che spaventa, e deve spaventare. Rilke non chiede «ho talento?», né «piacerò?», né «pubblicherò?». Chiede se scrivere è per noi una necessità, qualcosa senza cui la vita perderebbe la propria forma. La vocazione, in questa prospettiva, non è un dono che si esibisce, ma un’esigenza che si ascolta. E non riguarda soltanto la pagina: la vita intera, fino alle sue ore più indifferenti e più piccole, deve diventarne segno e testimonianza.

In tanti anni di laboratori ho visto questa domanda cambiare le persone. Non perché tutti rispondano sì, ma perché chi la pone davvero smette di scrivere per compiacere e comincia a scrivere per necessità. È il passaggio dalla scrittura come prestazione alla scrittura come ascolto.

La vocazione come pratica

Rilke non si ferma alla domanda. Nelle lettere successive, e in tutta la sua opera, mostra che la vocazione non è un’illuminazione ma un lavoro quotidiano. Quattro gesti, in particolare, compongono il suo insegnamento.

Vivere le domande

Nella lettera del 16 luglio 1903, scritta da Worpswede, Rilke invita Kappus ad avere pazienza verso tutto ciò che è irrisolto nel suo cuore, e ad amare le domande stesse, come stanze chiuse o libri scritti in una lingua straniera. Non cercare ora le risposte, che non potrebbero esserti date perché non potresti viverle. Vivi le domande: forse, un giorno lontano, senza accorgertene, entrerai vivendo nella risposta.

È forse la frase di Rilke più citata, ed è anche una precisa indicazione di metodo. Chi scrive per trovare subito una soluzione alla propria storia la chiude troppo presto. La pagina è il luogo in cui una domanda può restare aperta abbastanza a lungo da trasformarci.

Amare la solitudine

Rilke parla spesso di solitudine, ma non come isolamento o fuga dal mondo. La solitudine è lo spazio interiore in cui si può ascoltare ciò che accade in noi senza il rumore delle attese altrui. Chi scrive ne ha bisogno come l’aria: non per separarsi dagli altri, ma per poter tornare verso di loro con qualcosa di vero da dire.

Imparare a guardare

Accanto a Rodin, Rilke impara una lezione che trasformerà la sua poesia: il lavoro. Lo scultore non aspetta l’ispirazione, lavora ogni giorno, e soprattutto guarda. Nascono così le Nuove poesie, le celebri «poesie-cosa»: la pantera del Jardin des Plantes, un’arcaica statua di Apollo, una rosa, una giostra. Più tardi, nelle lettere sui quadri di Cézanne visti al Salon d’Automne del 1907, Rilke ammira un pittore capace di guardare le cose senza aggiungervi il proprio sentimento, fino a che le cose stesse diventano espressive.

È un insegnamento che riconosco vicinissimo alla fenomenologia, e che nella mia pratica è il punto di partenza di ogni scrittura di sé: prima di interpretare la propria esperienza, bisogna imparare a vederla.

Saper attendere

Nei Quaderni di Malte Laurids Brigge, il suo unico romanzo, Rilke scrive una pagina che ogni aspirante scrittore dovrebbe tenere sul tavolo. I versi non sono sentimenti, come credono in molti: sono esperienze. Per un solo verso bisogna aver visto molte città, uomini e cose, conoscere gli animali, il volo degli uccelli, il gesto dei fiori che si aprono al mattino; bisogna ricordare strade sconosciute, incontri inattesi, addii da tempo previsti, notti d’amore, grida di partorienti, e aver vegliato accanto a morenti. E non basta ancora avere ricordi: bisogna saperli dimenticare, e avere la grande pazienza di aspettare che ritornino. Solo quando sono diventati in noi sangue, sguardo e gesto, senza più nome, può accadere che in un’ora rarissima si levi da essi la prima parola di un verso.

Questa pagina contiene una teoria completa della scrittura autobiografica. Non si scrive la propria vita per trascriverla, ma quando la vita si è depositata in noi abbastanza a lungo da trasformarsi in forma.

La tristezza che entra in noi

C’è una lettera, scritta nell’agosto del 1904 dalla Svezia, che considero il centro nascosto delle Lettere a un giovane poeta. Kappus sta attraversando un periodo di tristezza e Rilke, invece di consolarlo, gli propone di guardare quella tristezza in un altro modo. Le nostre tristezze, scrive, sono forse i momenti in cui qualcosa di nuovo è entrato in noi, qualcosa di sconosciuto; i nostri sentimenti ammutoliscono in un timido smarrimento, tutto in noi si ritrae, si fa silenzio, e il nuovo, che nessuno conosce, sta nel mezzo e tace.

È ciò che, nel mio lavoro, chiamo il potenziale riparativo della scrittura. Rilke non nega il dolore, non lo scavalca con formule consolatorie: gli riconosce la dignità di un passaggio. La tristezza non è un errore da correggere, ma uno spazio in cui qualcosa si sta trasformando e che chiede di essere abitato con attenzione.

Il rapporto di Rilke con il dolore ha anche un risvolto biografico che illumina la differenza tra scrittura e terapia. Intorno al 1912, in un periodo di crisi profonda, Rilke valutò di intraprendere una psicoanalisi, e ne discusse per lettera con l’amica Lou Andreas-Salomé, che della psicoanalisi era esperta. Alla fine vi rinunciò: temeva che liberarlo dai propri tormenti significasse anche spegnere la sorgente da cui nasceva la sua opera. Non è un argomento contro la cura clinica, che resta necessaria quando la sofferenza lo richiede. È però una testimonianza preziosa di ciò che la scrittura sa fare di suo: non eliminare il dolore, ma trasformarlo in forma, in senso, in parola condivisibile.

Pochi anni più tardi, nelle Elegie duinesi concluse nel 1922, questa trasformazione diventa quasi una missione. Nella nona elegia Rilke si chiede se forse siamo qui per dire: casa, ponte, fontana, porta, brocca, albero da frutto, finestra. Dire le cose come le cose stesse non hanno mai creduto di essere. E in una lettera del 1925 al suo traduttore polacco, Witold Hulewicz, scrive che il nostro compito è accogliere in noi il visibile, fragile e transitorio, per trasformarlo nell’invisibile. Per chi scrive dopo una perdita, non conosco definizione più alta di ciò che accade sulla pagina: ciò che non c’è più non viene trattenuto, viene trasformato, e continua a vivere in un’altra forma.

Esercizio: la lettera dell’ora più silenziosa

Scegli un momento della giornata in cui nessuno possa interromperti, idealmente la sera tardi o all’alba. Prima di scrivere, resta qualche minuto in silenzio.

Poi scrivi una lettera a te stesso, come se fossi Rilke che risponde a un giovane poeta: il giovane poeta sei tu. Nella lettera rispondi con sincerità alla domanda devo scrivere? Non chiederti se sei bravo o se verrai letto. Chiediti perché la scrittura ti chiama, da quando, che cosa accadrebbe alla tua vita se smettessi.

In una seconda sessione, ispirandoti ai Quaderni di Malte, scrivi un elenco: le città, i volti, le ore, gli addii di cui avresti bisogno per scrivere un solo verso della tua storia. Non raccontarli; nominali soltanto. Poi lascia riposare l’elenco per una settimana, e rileggilo per vedere quale di quei ricordi è tornato a cercarti.

Per chi scrivere oggi

Viviamo in un tempo che spinge a cercare fuori conferme continue: il numero di lettori, i commenti, la pubblicazione rapida, il confronto costante con gli altri. Kappus faceva la stessa cosa, con gli strumenti del suo tempo, e Rilke gli rispondeva di smettere. Non perché il riconoscimento non conti, ma perché non può essere il fondamento.

Rilke ci ricorda che la scrittura nasce da una necessità interiore, cresce nella solitudine e nella pazienza, si nutre di uno sguardo attento sulle cose e matura nel tempo lento dell’esperienza. E ci ricorda che il dolore, quando lo attraversiamo scrivendo, può diventare il luogo in cui qualcosa di nuovo entra in noi. È per questo che lo considero il primo, e forse il più grande, dei maestri di vocazione.

PER APPROFONDIRE Rainer Maria Rilke, Lettere a un giovane poeta (1929; lettere 1903–1908). Esistono molte traduzioni italiane: vale la pena confrontarne più d’una. Rainer Maria Rilke, I quaderni di Malte Laurids Brigge (1910). Rainer Maria Rilke, Nuove poesie (1907–1908) ed Elegie duinesi (1923). Rainer Maria Rilke, Lettere su Cézanne (1907). Rainer Maria Rilke, Lou Andreas-Salomé, Epistolario. Rainer Maria Rilke, Auguste Rodin (1903). Martin Heidegger, Perché i poeti?, in Sentieri interrotti: una lettura filosofica di Rilke.

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