La perdita non ha una sola forma. Otto scrittori, otto modi di stare nella mancanza, e di trasformarla in parola.
C’è una domanda che ritorna, quasi sempre, nei miei laboratori sul dolore: esiste un modo giusto di scrivere una perdita? La risposta onesta è no. Esistono però libri che ci mostrano quanti modi ci sono. E ci ricordano che ciascuno di quei modi, se lo si trova con pazienza, può diventare una forma di cura.
“Perdita” è una parola ombrello. Sotto ci stanno esperienze molto diverse: la morte di un padre e l’addio a una madre ancora viva, il corpo che ci abbandona, un figlio che non torna, l’attesa accanto a un letto. Ogni perdita chiede la sua lingua, il suo ritmo, la sua forma.

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