Momo Edizioni: una ghirlanda di libri brillanti

Continua la nostra piccola inchesta sul mondo editoriale vista dal punto di vista degli operatori di questo settore: dai librai agli editori, dalle agenzie letterarie agli autori. Questa volta abbiamo intervistato Mattia Tombolini di “Momo Edizioni”.

Partiamo dalla fine. Qual è il vostro ultimo libro in uscita? In che modo rappresenta la vostra linea editoriale?

Il nostro ultimo libro è La gemella buona e la gemella cattiva, di Rossana Campo e il prossimo (in uscita a marzo) è Transito, il primo fumetto di Momo.

Sono due progetti che credo rappresentino buona parte della nostra linea, del nostro progetto culturale.

La gemella buona e la gemella cattiva è un libro di cui siamo veramente orgogliosi, inserito nella collana principale di Momo (si fa per dire, avendo noi per adesso solo 6 titoli in catalogo) LibriMonelli, una collana di libri per ragazzi e bambini che non si accontenta delle classiche storielle e di riportare in forma pacificata e piatta gli stessi contenuti generalisti che vediamo riprodurre ovunque, ma tenta di fare un lavoro  radicale e critico spingendo i propri contenuti oltre il limite del consueto.

Un approccio che rischia di trovare molti scogli, ma che parte dall’idea che i bambini non siano solo delle “spugne” e che quindi il linguaggio nei loro confronti debba essere sempre misurato al dettaglio cercando di evitare ogni rischio, al contrario noi con i bambini e le bambine vogliamo parlare su un livello “paritario”, dando dei contenuti forti e ascoltando quello che hanno da risponderci. Rossana Campo in questo senso è l’emblema di un’autrice che vuole rompere lo stereotipo (senza forzarlo eccessivamente facendo diventare tutto un’enorme operazione retorica) di far passare un messaggio che apra a domande e dia la speranza che le cose si possano cambiare. Ulissa, ad esempio, è un altro nostro titolo (arrivato dalla Spagna) che lavora sullo stereotipo e lo ribalta, ma lo fa in maniera semplice e diretta, così come dovrebbe essere.

Transito va esattamente in questa direzione ma si rivolge a un pubblico adolescente e adulto, accompagnando tutti noi nell’esperienza dell’autore, nella sua transizione e nel suo cambio di genere (da maschio a femmina) in una storia semplice come quella che potrebbe accadere ad ognuno di noi. Una realtà che esiste e che deve diventare “normalità” ma che spesso in Italia sembra si possa accettare solo televisivamente ma non nella realtà. Ecco noi vogliamo fare strumenti in questo senso. Semplici, diretti, radicali.

Raccontateci la vostra storia. Come siete diventate editori? E di quali libri siete particolarmente orgogliosi?

La storia di Momo per adesso è molto breve in quanto le prime pubblicazioni Il lago che combatte (di Militant A e Chiara Fazi) e Capitan Calamaio e la Regina Katrame (di Lenina Giunta e Massimiliano Micheli) risalgono a settembre 2019.

Come siamo arrivati ad essere editori ha a che fare con le nostre biografie che per non annoiare non riassumerò nemmeno.

Siamo un nucleo di tre persone che portano avanti questo progetto.

Dopo tanti anni di precarietà ci siamo ritrovati io e Alice Palumbo a chiederci se avremmo voluto continuare a fare questa vita per sempre o se volevamo provare a fare qualcos’altro, con la coscienza che saremmo sempre rimasti precari ma almeno avremmo fatto quello che ci piaceva, o almeno ci avremmo provato.

Io e Alice ci conosciamo quasi dalla nascita e ci consideriamo praticamente fratello e sorella ma ci siamo rincontrati meno di un anno fa (tenuti lontani sempre dalla precarietà). Oltre a noi alla redazione c’è Gianmarco Mecozzi, con cui ho lavorato per più di 5 anni nella casa editrice DeriveApprodi e che è stata la prima persona che ho voluto chiamare quando abbiamo pensato a questo progetto. Ci tengo a specificare che Gianmarco, Alice, e tutte le persone con cui noi collaboriamo, non svolgono solo delle singole mansioni ma sono direttamente partecipi e attivi su tutte le scelte e la progettualità della casa editrice.

Sto pensando a quali libri siamo più orgogliosi e a dire il vero avendone per adesso così pochi li stiamo vivendo tutti con grande intensità. Ognuno ci sta facendo incontrare un pubblico diverso e ci sta avvicinando a dei mondi.

Capitan Calamaio ci ha fatto vedere come ogni presentazione possa essere una vera e propria festa, Il lago che combatte ci ha fatto incontrare con un pubblico di tutte le età. Tra questi ci ha particolarmente colpito il Manuale di filosofia coatta di Giulio Armeni, che si sta rivelando un discreto successo editoriale per una casa editrice come la nostra e per adesso possiamo dire essere il best seller, inoltre con Giulio è nata un’amicizia e un’intesa che credo possa farci crescere molto (a entrambi).

In che modo descrivereste l’attuale situazione dei piccoli e medi editori. C’è uno scenario che descrive la piccola editoria come la vera artefice della scena letteraria italiana. C’è del vero?

La mia esperienza pregressa mi permette di rispondere a questa domanda in maniera un pochino più ampia di una realtà che ha solo 6 mesi di pubblicazioni.

Prima di fondare questa casa editrice ho avuto occasione di partecipare molto da vicino all’organizzazione di ben due fiere nazionali di editoria indipendente: Book pride (la prima edizione) e Bellissima.

Grazie a questi due appuntamenti possiamo dire di aver “inchiestato” abbastanza a fondo le realtà editoriali di cui sopra e posso dire che non credo proprio che sia artefice di nulla.

Lo farò schematicamente perché non basta qualche riga.

La così detta editoria indipendente italiana produce moltissime belle cose, ma ciò non significa che non lo facciano anche i grandi gruppi e le grandi case editrici. Al contrario le grandi case editrici fanno cose spettacolari (anche grazie alle risorse di cui dispongono).

Ed è per questo che gli indipendenti scalciano, si prendono a gomitate per emergere, cercano in tutti i modi di inventarsi qualcosa, cercare un settore e specializzarsi o sottrarre un buon autore, facendo sembrare però tutto questo agitarsi solo un “vorrei ma non posso”. Ovvero, tutti vorrebbero diventare “grandi” e ricercano in continuazione il best seller che gli fa fare quel saltino, illudendosi che basti quello.

Manca totalmente l’elemento di critica al mercato editoriale.

Inoltre il termine “indipendente” perde del tutto di senso in quanto li definisce solo ed unicamente per il loro fatturato (ci definisce) e non per la scelta contenutistica.

La cosa peggiore di tutto questo è che i piccoli e medi accettano silenziosamente il meccanismo del mercato editoriale, distributivo, che li tiene sotto scacco con percentuali assurde e non ha alcuna intenzione di coalizzarsi, anche semplicemente per tentare di darsi una mano a vicenda e porsi compattamente nei confronti dei grandi, fare cioè una sorta di lavoro “sindacale” di categoria. Qui c’è veramente un grande spazio in cui ricominciare a lavorare.

“Il Mestiere di Scrivere” si occupa da 10 anni di scrittura creativa e dei modi per imparare la tecnica di base. Secondo voi si può insegnare il mestiere di scrivere? Le scuole di scrittura dal vostro punto di vista sono una risorsa per gli editori e una opportunità in più per reclutare nuovi autori,  oppure rischiano di creare un esercito di “scriventi” non destinati al mondo editoriale?

Credo che sia importante e fondamentale il lavoro che fa il mestiere di scrivere, aldilà se questo porterà o meno a degli sbocchi editoriali, alla produzione di libri o altro.
Le scuole di scrittura sono importanti per chi nella vita vuole scrivere ma non possono di certo riempire il vuoto creativo o ciò che ci si sente di voler trasmettere al mondo.

La tecnica è importante per far arrivare al meglio il messaggio che si vuole dare, ma bisogna avercelo questo messaggio.

Questo è spesso il problema con cui ci scontriamo noi, tutti pensano di avere un messaggio fondamentale da dare al mondo, che il mondo aspetta e non può proprio farne a meno. Partendo da questo ogni autore si pone nei nostri confronti, e poi se il libro non funziona spesso si crede sia colpa dell’editore.
Il punto è che per quanto possa essere forte il tuo messaggio, la tua idea, finché viene fuori solo ed unicamente da te stesso e non da te rapportato agli altri, al mondo, difficilmente verrà apprezzata o sarà utile per gli altri.

Credo che gli autori debbano pensare meno a loro stessi in forma individualista e debbano entrare nell’ottica di mettersi a disposizione, con le loro capacità, di un progetto culturale.

Un libro può veramente cambiare la vita di una persona e a ognuno fa effetto un libro diverso, quindi si deve avere questo tipo di responsabilità in testa (almeno per il tipo di lavoro che vogliamo fare noi).

Ci vuoi aiutare a migliorare questa realtà? O stai pensando solo a te stesso?

Non vorrei però essere frainteso quindi specifico: reputo la scrittura qualcosa che possono e devono fare tutti, anche nel privato, anche tra amici, così come il disegno, la musica e tutto il resto. Penso che ognuno debba o possa fare sport ma non per forza dovrà farlo a livelli professionistici. Purtroppo noi ci confrontiamo con un mercato inserito in un contesto che lo complica ulteriormente. Gli autori e gli editori in questo senso devono cercare di mettersi sullo stesso piano e non percepirsi come due cose opposte. Motivo per cui questa estate stiamo cercando di organizzare sette giorni di incontri con i nostri autori (presenti e futuri) con workshop, riunioni e tanto altro a cui invitiamo già da subito il Mestiere di scrivere a partecipare.

 



Categorie:Editori, Interviste, Libri, Sulla lettura, Sulla scrittura

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