Intervista agli autori: Ilaria Gaspari

Ilaria Gaspari ha da poco pubblicato per Einaudi “Lezioni di felicità. Esercizi filosofici per il buon uso della vita”, un interessante esperimento autobiografico che guida il lettore attraverso sei “settimane filosofiche” , ciascuna vissuta secondo i dettami di una diversa scuola filosofica.  Le abbiamo chiesto di raccontarci il suo rapporto con la scrittura.

Quando hai incominciato a scrivere? La spinta a scrivere è nata sotto qualche influenza (una persona o un avvenimento?) Di che genere?

Ho cominciato, in un certo senso, prima ancora di saper scrivere davvero: da bambina inventavo storie lunghissime (probabilmente anche molto noiose) e la mia passione era poterle raccontare: agli amichetti, a mia sorella. Io le raccontavo e poi cercavo di ricordarmele, perché non andassero perse, non potendole trascrivere: così ero costretta a ripassarle tante volte nella mente, lo facevo prima di dormire. Alle elementari, poi, ho cominciato a scriverle, quelle stesse storie: scrivevo tantissimo, dietro fogliacci di fortuna, sugli album e sui quaderni che mi davano per disegnare, per tenermi occupata. Siccome ero un disastro a disegnare, scrivevo, e mi divertivo un sacco. Ricordo ancora il piacere che mi dava questo fatto di scrivere, in silenzio, tranquilla; mi inventavo storie e mondi e mi dicevo, ‘non ho bisogno di niente’. Poi quel piacere l’ho perso, per tutti gli anni dell’adolescenza. Per anni non ho scritto nulla, se non i temi per la scuola. Ero brava e veloce, in quelli, qualche volta li scrivevo anche per altri su commissione, imitando stili non miei, e mi dava enorme soddisfazione. Ma non scrivevo altro, avevo paura di non essere all’altezza, mi orripilava il pensiero di rileggere qualcosa di mio e provare ribrezzo o vergogna. Eppure, quando arrivò il momento di iscrivermi all’università, io sapevo che non desideravo prepararmi per nessun mestiere che non fosse quello di scrivere. Era un pensiero nascosto, ma c’era. Ho pensato allora che avevo bisogno di altro tempo, per leggere: ho evitato accuratamente le facoltà che mi avrebbero preparata a una professione, giurisprudenza e medicina e ingegneria, ma ho evitato anche lettere perché dentro di me sapevo che dovevo conservare con la letteratura un rapporto infantile, un po’ ingenuo, di puro piacere. Sentivo che quello che volevo ritrovare era quel senso di beatitudine solitaria della mia infanzia, quella cosa che mi faceva dire ‘non ho bisogno di niente’. Mi sono iscritta a filosofia perché mi sembrava la via più difficile (e quindi più interessante) per potermela prendere comoda. Proprio comoda comoda poi non me la sono presa, nel senso che ho fatto una bella fatica e mi sono scontrata con i miei limiti intellettuali con una certa irruenza. Ma evidentemente l’inconscio merita fiducia, perché poi è successo che proprio quando mi sarei dovuta occupare di questioni più serie (cioè di finire quella benedetta tesi di dottorato che avevo scelto masochisticamente di scrivere in francese e discutere in Francia, il che vuol dire scrivere un bestione di 500 pagine), ho ritrovato la libertà di scrivere di quando non mi importava proprio di niente, se non di stare in quel mondo che mi creavo, e non avevo bisogno di niente, se non della storia che volevo raccontare.

Quali sono le tue abitudini di scrittura? Sei disciplinata, organizzata, oppure segui di più il flusso creativo? Credi nel concetto di “ispirazione”? Come lo definiresti?

Vorrei tanto rispondere che ho un complicato rituale, che bevo solo una certa marca di whiskey in una certa quantità prestabilita, che per poter scrivere devo indossare sempre la stessa giacca o che scrivo ogni giorno nelle stesse ore… ma purtroppo sono una persona molto disordinata, faccio una vita irregolare e piena di viaggi, e insomma non riesco mai ad avere una vera routine. Una volta, per darmi un tono avevo deciso che avrei scritto solo con un cappellino di lana (fatto da me, dunque di rara bruttezza) sulla testa. L’avrò fatto tre volte, poi l’ho regalato a una mia amica a cui inspiegabilmente piaceva. Scrivo dove capita, quando capita, preferibilmente se ho da fare qualcosa di molto più urgente (è lì che scatta la cosiddetta ispirazione: quando avrei una faccenda davvero importante da finire, una deadline, una consegna incombente ecc., ecco l’impellenza di lavorare al romanzo). In queste sessioni di scrittura clandestina strappata ai veri doveri, riesco a scrivere tantissimo, ovunque mi trovi: treno, bar, letto, biblioteca, non importa. Un altro potente propulsore è l’ansia: se per caso ho un contratto per un libro, quando proprio sento la pressione perché sono in un ritardo vergognoso, scattano quelle che chiamo le grandi chiuse, non esco di casa, non dormo, non mangio, bevo solo Coca-Cola e finisco. Anche in questi casi, scrivo molto rapidamente: è come se stessi correndo. È certamente anche la Coca-Cola. Ecco per me l’ispirazione è forse questo: quella smania di correre che ti prende ogni tanto. 

Qual è il tuo ultimo lavoro e a che cosa stai lavorando?

Il mio ultimo libro si intitola Lezioni di felicità, ed è il diario di un bizzarro esperimento filosofico di cui sono stata l’ideatrice e la cavia. Praticamente ho vissuto sei settimane seguendo, in ognuna, le regole di una diversa scuola filosofica antica. È stato molto divertente, anche abbastanza faticoso ma soprattutto divertente. Ora ho da poco finito di scrivere un romanzo su cui per scaramanzia non aggiungo molto, perché è vero che non ho rituali per scrivere, ma superstiziosa lo sono. Siccome comunque quello è sostanzialmente finito, adesso mi sono messa al lavoro su un’altra storia… una storia vera, su cui devo fare qualche indagine prima di mettermi a scrivere. Mi piace da morire il genere del romanzo documentario, non avevo mai pensato di cimentarmici, ma all’improvviso mi sono detta, ma perché no?

Verso quale scrittore o scrittrice ti senti più debitrice?

Un’infinità! Citerò solo qualche nome, altrimenti non la finisco più. Marcel Proust, perché è stato quando ho finito Il tempo ritrovato che mi sono trovata con un tale senso di vuoto che ha iniziato a farsi strada in me l’idea di inventarmi qualcosa: leggere la Recherche era stata un’esperienza di lettura talmente diversa da tutte le altre che avevo bisogno di trovarmi un’altra cosa da fare… e così, qualche mese dopo, timidamente ho iniziato a lavorare al mio primo romanzo. Poi sicuramente Philip Roth, perché leggere qualsiasi suo libro per me significa ritrovare sempre tutta intera la gioia di leggere. Natalia Ginzburg, Carlo Cassola e Carlo Collodi per la lingua, perché non mi piace l’italiano artificioso, mi piace il loro, senza fronzoli, limpido, poetico suo malgrado. Mark Twain perché lo venero, e per lo humour. Stephen King perché mi incolla alle pagine. Daphne Du Maurier perché mi inquieta da morire e io adoro essere inquietata.

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