Neo Edizioni: le nuove “voci” della scrittura

La Neo Edizioni nasce nel 2008, con sede a Castel di Sangro (AQ), nel cuore del crinale appenninico, alle porte del Parco Nazionale d’Abruzzo e Molise. Un luogo di resistenza (primi e ultimi: Sanniti e Brigata Majella – non a caso un giornalista ci ha definiti “i partigiani della cultura”) per dimostrare che anche da un piccolo ed isolato centro, è possibile fare e diffondere cultura in tutta Italia e Europa.

Partiamo dalla fine. Qual è il vostro ultimo libro in uscita? In che modo rappresenta la vostra linea editoriale?

A febbraio è uscito Genesi 3.0 di Angelo Calvisi. Una storia a metà tra satira e parodia che affronta in modo, a nostro parere, inedito per il panorama italiano il tema delle brutture della burocrazia. In verità, c’è molto altro. Man mano che la trama prende forma, il senso del romanzo si espande fino a condensarsi in una critica totale al modo di vivere occidentale.

Un romanzo di formazione sghembo, una distopia, una favola grottesca e surreale. Ci sono rimandi a opere di Orwell, Agota Kristof e Kurt Vonnegut. Calvisi, però, è più “menestrello” e usa l’ironia per arrivare al punto. Un libro che si legge in un amen e che, oltre alla sensazione di divertimento, lascia qualcosa di concreto o di assolutamente intangibile come aleatorio può essere il potere costituito.

Genesi 3.0 si inserisce nel nostro catalogo ‒ nella collana Iena ‒ per via del suo sguardo sbieco sulla contemporaneità. In dieci anni di lavoro abbiamo sempre cercato voci nuove e idee difformi che raccontassero il mondo da una diversa prospettiva. Calvisi, con questo romanzo, incarna alla perfezione il senso della nostra ricerca. Per questa ragione siamo felici di averlo a bordo.

Raccontateci la vostra storia. Come siete diventate editori? E di quali libri siete particolarmente orgogliosi?

Siamo in due alle redini. Angelo Biasella, direttore editoriale, e Francesco Coscioni, direttore commerciale. Come in tutte le piccole aziende, però, i nostri ruoli sono estremamente liquidi e ognuno fa quello di cui c’è bisogno al momento effettivo. L’idea di fondare la Neo. Edizioni risale a circa quindici anni fa. Un lustro per lasciar sedimentare la follia e poi, nel 2008, abbiamo sfornato il primo bambino: un’antologia di fiabe mutate dalla bizzarra intitolazione E morirono tutti felici e contenti. Venivamo entrambi da lavori poco gratificanti. Visto che stavamo invecchiando facendo cose che non ci entusiasmavano, abbiamo detto: “Questo è il momento di provarci”. E ci abbiamo provato. Chiaramente, ci siamo informati prima di fare il grande passo. I corsi di editoria della minimum fax, ad esempio, sono stati importanti per il nostro percorso formativo. Credo che, in un mercato così articolato e mutevole, partire da sprovveduti equivalga ad avere un piede nella fossa un attimo dopo aver firmato gli atti notarili.

Per quanto riguarda i titoli di cui vado più orgoglioso, sarò diplomatico e parlerò solo di quelli che hanno raggiunto risultati importanti. Nel catalogo, chiaramente, ce ne sono altri che amo ma preferisco tacerli per non creare attriti con gli autori che non citerei.

La prima vampa di notorietà ce l’ha data XXI secolo di Paolo Zardi. Nel 2015 siano entrati in dozzina allo Strega ed è stato un piccolo caso editoriale. Il romanzo, poi, è stato anche tradotto in Spagna.

Qualche anno prima con Coi binari fra le nuvole di Riccardo Finelli contribuimmo alla riapertura della Sulmona-Carpinone (la Transiberiana d’Italia), una linea ferroviaria leggendaria che sfidava le alture e teneva insieme gli angoli estremi di due regioni appenniniche.

Grandi soddisfazioni ce le continua a dare Poesie antirughe di Alessandra Racca, arrivato ormai alla settima ristampa.

Nel 2017, Grande nudo di Gianni Tetti è stato candidato al Premio Strega. Nel frattempo, l’autore ha vinto il Premio Solinas, maggior riconoscimento italiano per gli sceneggiatori.

Il 2018 è stato gravido di soddisfazioni. Abbiamo vinto il premio Modus Legendi con Il sale del francesce Jean-Baptiste Del Amo e siamo entrati in classifica nazionale.

Vinpeel degli orizzonti di Peppe Millanta, dopo aver vinto una decina di premi, si è aggiudicato il “John Fante – opera prima”.

La madre di Eva di Silvia Ferreri è entrato nella dozzina del Premio Strega ed è stato tradotto in Cile da Edicola Ediciones. A breve, sarà tradotto in Cina. Intanto è stato scelto come miglior esordio italiano per partecipare ai lavori dell’International Book Festival di Budapest. Infine, ha vinto la sezione italiana del Festival du Premier Roman di Chambéry, in Francia.

Nel 2019, ci prepariamo a seguire gli sviluppi del Premio Campiello, dove la Giuria dei Letterati ha candidato Cometa del nostro Gregorio Magini.

In che modo descrivereste l’attuale situazione dei piccoli e medi editori. C’è uno scenario che descrive la piccola editoria come la vera artefice della scena letteraria italiana. C’è del vero?

È innegabile che il vero lavoro di scouting, al giorno d’oggi, lo facciano i piccoli editori. Le major hanno apparati interni mastodontici da dover sostentare. Questo implica un atteggiamento poco incline al rischio d’impresa. E non mi riferisco solo agli esordienti. Oggettivamente ci sono ancora autori che esordiscono con i grandi gruppi editoriali, ma, le loro, sono sempre opere allineate alle tendenze del mercato. In parole povere, i colossi dell’editoria italiana che, in teoria, avrebbero i mezzi per sperimentare qualcosa di nuovo, finiscono a giocare sul sicuro in una sorta di melina infeconda che sta minando alla base la vitalità della scena letteraria italiana. Sono decenni che non s’inventano niente. Paradossalmente, tocca a noi, tra mille difficoltà, andare a caccia delle voci future. Quelle stesse voci di cui, una volta ottenuti risultati importanti, le major vengono a fare incetta senza alcuna premura e un minimo di riconoscenza.

“Il Mestiere di Scrivere” si occupa da 10 anni di scrittura creativa e dei modi per imparare la tecnica di base. Secondo voi si può insegnare il mestiere di scrivere? Le scuole di scrittura dal vostro punto di vista sono una risorsa per gli editori e una opportunità in più per reclutare nuovi autori,  oppure rischiano di creare un esercito di “scriventi” non destinati al mondo editoriale?

Senza dubbio, si possono insegnare le tecniche di scrittura. Bisogna stare attenti, però, a non creare eserciti di cloni. Ci fu un periodo, qualche anno fa, in cui, con un grado di infallibilità pressoché assoluto, riuscivo a sgamare gli esordienti appena usciti dalla Holden. Chiaramente, non è un problema di scuola, quanto di sensibilità del singolo insegnante. Facessi il docente (cosa che non accadrà mai), tenderei a trovare la “voce” di ogni studente piuttosto che a imbastire griglie o schemi in cui imbrigliare la sua scrittura. Ma questo, forse, è un problema mio. Mi sono sempre piaciute le cose uniche. Magari imperfette, ma che siano almeno atipiche. Leggere venti solidi romanzi con la stessa struttura interna, mi annoia a morte. Anzi, mi avvilisce. Quindi, sì alle scuole di scrittura a patto che gli insegnanti siano all’altezza del compito. La letteratura è arte e l’arte non è mai riproduzione asfittica di modelli preesistenti. Dovremmo tutti mirare ad infrangerli ʾsti benedetti modelli, specie in un momento storico oscuro come quello che stiamo vivendo.

Ah… il talento purtroppo no, quello non si può insegnare.

http://www.neoedizioni.it/neo/

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