La malattia è una delle esperienze più universali e, allo stesso tempo, una delle meno raccontate davvero. Non perché manchino testimonianze, diari, memoir o romanzi sul dolore, ma perché esiste una distanza profonda tra il fatto biologico della malattia e la sua esperienza vissuta. La medicina sa descrivere un sintomo, misurare un parametro, diagnosticare una patologia. Molto più difficile è raccontare cosa significhi svegliarsi un giorno e non riconoscere più il proprio corpo, sentirsi improvvisamente estranei ai propri gesti, scoprire che il tempo cambia densità quando si soffre. È qui che nasce la medicina narrativa: non come alternativa alla medicina scientifica, ma come tentativo di restituire spazio alla dimensione umana della cura.

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